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Pari opportunità: un divario incolmabile? La reale situazione

Perché parlare di pari opportunità? C’è la necessità di difendere le donne rispetto discriminazioni di genere in ambito professionale, sociale e politico-culturale? A che punto siamo con la risoluzione di questo problema?  Un’ effettiva situazione di parità di trattamento tra le persone appartenenti al genere maschile e quello femminile è possibile?

Queste sono una serie di domande che sorgono spontanee affrontando il tema della parità di genere e di conseguenza, anche pari opportunità.

E’ doveroso partire dal presupposto di affermare che il raggiungimento dell’uguaglianza di genere, ad oggi, è un problema. Nonostante il principio di uguaglianza sia sancito nelle più importanti carte costituzionali e trattati internazionali, continuiamo a parlarne, non per la sua sacralità, ma per ribadire gli sforzi fatti nel raggiungimento di questo obbiettivo che, da quasi ogni parte del mondo, sembra ben lontana l’effettività.

Perché parlare di pari opportunità?

L’ONU afferma:

La parità di genere non è solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace.

Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, promuoverà economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera.”

Parità di genere come presupposto delle pari opportunità

Non a caso, ritroviamo la parità di genere tra i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’agenda 2030, sottoscritta dagli stati membri delle Nazioni Unite.

Goal 5: “Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze

Nonostante molto sia stato fatto, tanto che il Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (UNIRIC) ha registrato alcuni miglioramenti per il Goal 5, in particolare nella scolarizzazione femminile, non tutto è roseo. Infatti, è doveroso guardare anche l’altro lato della medaglia, che, in questo caso, è rappresentato da tutti quegli stati, per lo più emergenti, che, dal canto nostro, potremmo definire “culturalmente arretrati”.

In Africa Subsahariana, Oceania e Asia Occidentale, infatti, le ragazze, ad esempio, hanno ancora notevoli difficoltà ad accedere a un’istruzione primaria e secondaria.

Altra importante tematica inserita nel Goal 5 è l’eliminazione di ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato, il fenomeno delle spose bambine e le mutilazioni genitali femminili. Fenomeni questi, che faticano a diminuire proprio in quei paesi in cui i dati sono i più negativi.

Secondo il rapporto, sono circa 200 milioni le ragazze e le donne sottoposte alla mutilazione nei 31 paesi in cui questa

pratica è ancora consentita. Per quanto riguarda i matrimoni precoci i dati segnalano che nel 2019 una donna su cinque di età compresa tra 20 e 24 anni era sposata durante l’infanzia. Tutto questo porta a pensare che sarà molto difficile riuscire a raggiugere davvero l’eliminazione di queste pratiche nel 2030, come prevede l’Agenda ONU.

C’è la necessità di difendere le donne rispetto discriminazioni di genere in ambito professionale, sociale e politico-culturale?

Per quanto si affermi un femminismo che lotti non per la supremazia del genere femminile ma per la parità, è da ammettere che, ad oggi, la donna è da considerare un soggetto vulnerabile, se non anche fragile. La discriminazione al genere femminile, come per tante altre minoranze, è più che tangibile. Esempio in cui le diseguaglianze sono più evidenti è l’ambito lavorativo.

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Alcuni dati

Secondo il rapporto delle Nazioni Unite, per ogni dollaro guadagnato da un lavoratore di sesso maschile, una lavoratrice ne guadagna all’incirca 77 centesimi.  Nel 2019 per il 39% dei lavoratori del mondo che era rappresentato dalla popolazione femminile, solo il 28% ricopriva delle posizioni manageriali.

In Europa, nel 2019, il divario occupazionale si è attestato intorno all’11,7%, con un tasso di occupazione femminile del 67,3% a fronte del 79% rappresentato da uomini. Per quanto riguarda il divario retributivo, questo si è attestato intorno al 14,1%, subendo solo minimi miglioramenti rispetto gli ultimi anni.

Le ragioni del divario

Le ragioni di tale divario sono riconducibili – secondo i dati della Commissione Europea – alla segregazione settoriale, all’equilibrio vita-lavoro, al cosiddetto fenomeno del “soffitto di cristallo” e alla discriminazione.

La segregazione settoriale fa riferimento all’elevata presenza femminile in settori a bassa retribuzione, come assistenza e istruzione, di contro alla sovra-rappresentanza degli uomini in aree quali tecnologia, scienza, ingegneria e matematica, considerate fondamentali ai fini dell’emancipazione.

Il parametro dell’equilibrio vita-lavoro, invece, si riferisce al fatto che le donne, mediamente, svolgono meno ore di lavoro retribuito rispetto agli uomini.

Ancora molto diffuso, inoltre, è il fenomeno del “soffitto di cristallo”, che indica metaforicamente la situazione in cui l’avanzamento di carriera di una donna è impedito a causa di discriminazioni di genere.

Percezione qualitativa

Tuttavia, anche se negli stati più sviluppati e democratici le donne occupate hanno quasi raggiunto il numero degli uomini, la qualità della loro partecipazione resta spesso sostanzialmente diversa. Nell’ipotesi in cui la donna raggiunga una posizione apicale, resta pur sempre un gap qualitativo.

Infatti ciò che cambia rispetto alla presenza maschile è la percezione culturale della donna nei lavori che necessitano processi decisionali che non viene ancora sentita come una necessità per il bene comune. In Italia, l’arrivo di una donna al vertice di un’istituzione è vista con favore dall’opinione pubblica, nel senso di dire “ce l’ha fatta”. Ma la circostanza non viene quasi mai presentata come un reale vantaggio per l’interesse pubblico.

Quindi, in risposta alla domanda iniziale dobbiamo affermare che si, il genere femminile necessita di difesa rispetto al modo in cui viene concepito nei vari ambiti. Anche se, va sottolineato che il termine difesa non va a prevenire tali situazioni ma rappresenta solo un modo di agire a posteriori.

A che punto siamo con la risoluzione di questo problema?

Per la risoluzione di questo problema, numerosi sono gli interventi normativi  finalizzati a stabilire una parità di opportunità ed, in questo modo, anche la riduzione di eventuali discriminazioni di genere.

Legislazione italiana

In Italia, il fondamento  delle politiche di pari opportunità è riscontrabile nella Costituzione Italiana agli art. 3, 37 e 51.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

ART. 37

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. […]

ART. 51

Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.

A tal proposito, tra le ultime iniziative, è da segnalare la pubblicazione della Legge 5 novembre 2021, n. 162, entrata in vigore il 3 dicembre,  che modifica il codice e altre disposizioni in materia di pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo.

Tra le modifiche, ora è stato definito che costituisce discriminazione ogni trattamento o modifica dell’organizzazione delle condizioni e dei tempi di lavoro che, in ragione del sesso, dell’età anagrafica, delle esigenze di cura personale o familiare, dello stato di gravidanza nonché di maternità o paternità, anche adottive, ovvero in ragione della titolarità e dell’esercizio dei relativi diritti, pone o può porre il lavoratore in almeno una delle seguenti condizioni:

  • posizione di svantaggio rispetto alla generalità degli altri lavoratori;
  • limitazione delle opportunità di partecipazione alla vita o alle scelte aziendali;
  • limitazione dell’accesso ai meccanismi di avanzamento e di progressione nella carriera.

Strategia europea

Anche a livello Europeo, la commissione Ue  ha recentemente adottato un’ambiziosa strategia per la parità di genere (2020-2025) volta a raggiungere un’Europa in cui la parità di genere sia la regola. Posto come uno dei primi risultati della strategia l’emissione di misure vincolanti per la trasparenza retributiva.

Tuttavia, in merito alla tematica della difesa delle donne c’è da  guardare anche indietro e rispolverare il caso della Convenzione di Istanbul.

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica è una trattato internazionale contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 ed aperta alla firma l’11 maggio 2011 a Istanbul. Il trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli.

Un apparente passo avanti se non fosse per il fatto che tale trattato in realtà sia vincolante solo per 34 paesi che lo hanno firmato e ratificato. Clamorosi sono gli ultimi casi come quello della Turchia che nove anni dopo la ratifica, il  20 marzo 2021, ha revocato la propria partecipazione alla convenzione.

Diversi gli sforzi del Consiglio d’Europa, come il lancio del progetto biennale, intitolato “Combattere la violenza contro le donne in Ucraina” (COVAW), al fine di sostenere la ratifica della Convenzione di Istanbul che è stata firmata dall’Ucraina nel 2011 ma non è stata ancora ratificata.

Un’effettiva situazione di parità di trattamento tra le persone appartenenti al genere maschile e quello femminile è possibile?

Sicuramente c’è da ammettere che tanto è stato fatto, anche se può sembrare solo in superfice. La realtà è che per quanto sembri superfluo ribadire il concetto che le donne abbiano pari diritti e pari opportunità degli uomini, così non è. Purtroppo agli illusori progressi culturali non sempre e non subito seguono i fatti. Troppi oggi sono i pregiudizi e gli stereotipi di genere, retaggi di un passato, che continuano ad essere coltivati. Certo è che le evoluzioni necessitano di tempo ma è importante diffondere concetti di uguaglianza per far sì che diventino parte integrante della cultura di una società. In un mondo in cui, nell’anno 2021, alcuni uomini ancora rinnegano diritti delle donne, del loro corpo e del loro intelletto, non è eccessivo ribadire questi concetti. Importante sarebbe l’apporto di un’istruzione volta al rispetto verso qualsiasi genere o, ancor meglio, verso la persona in generale. La parità di genere e di opportunità potrebbe addirittura sembrare un’utopia ma rappresenta uno tra i passi davvero decisivi per il benessere generale.

Altre fonti:

Lia Prato

Classe 2001, frequenta la facoltà di giurisprudenza alla Federico II di Napoli.
Attenta alle tematiche lgbt, diritto umanitario e parità di genere.
Aspirante giornalista presso diverse testate locali.
Dal 2017 volontaria della Croce Rossa Italiana.

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