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Sul divieto del diritto di aborto in Polonia

Ovvero, sulla violazione dei diritti umani e sul controllo del corpo femminile.

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Luogo di rivolte femministe, e di svariati dissensi sociali e politici in opposizione al potere costituente, la Polonia è uno dei paesi europei più restrittivi, conservatori e reazionari riguardante la questione del diritto di aborto. È passato poco più di un anno da quando è entrata ufficialmente in vigore la legge che vieta l’aborto anche nel caso in cui il feto dovesse riportare delle malformazioni: l’emanazione di questa legge si radica in un contesto politico, sociale e religioso ben preciso che vale la pena analizzare.

Facciamo un passo indietro: siamo nel periodo della Guerra Fredda. In Polonia, già da secoli, il cattolicesimo è la religione preponderante, oltre che il collante sociale e identitario per un popolo che ha subito, nel tempo, una serie di occupazioni da parte di nazioni straniere. Da un punto di vista più pratico, la Chiesa ha sempre avuto un ruolo politico forte in virtù della creazione di servizi utili per la popolazione.

L’assoggettamento della Polonia da parte dell’Unione Sovietica, e la conseguente instaurazione del regime comunista, ha fatto sì che la Chiesa fungesse come perno e come punto di riferimento per una “resistenza” anticomunista, per un popolo che necessitava di avere come punto di riferimento un’istituzione, e allo stesso tempo una dottrina che portasse con sé un insieme di valori che potesse costituire un’identità sociale e, poi, individuale.

Anche dopo la caduta del muro di Berlino, e conseguentemente dopo la cessione dell’URSS, l’autorità delle dottrine cattoliche ha continuato ad esercitare una pressione conservatrice su ogni aspetto della vita sociale e politica, plasmando a propria immagine e somiglianza gli aspetti decisionali degli individui.

Nel 2001 si forma in Polonia il partito Diritto e giustizia, Prawo i Sprawiedliwość, il PiS: si tratta di un partito di estrema destra di stampo nazionalista, conservatore e cattolico. Fin dalla sua fondazione, è stato portavoce di ideologie restrittive e tradizionaliste in opposizione alla legalizzazione del matrimonio tra omosessuali, alle unioni civili, all’eutanasia, ai diritti per la comunità LGBTQ+, e alla legalizzazione dell’aborto. Sempre più, a partire dalle elezioni parlamentari del 2001, il PiS riceve gradualmente consensi fino ad arrivare al 2015, quando vince sia le elezioni presidenziali, che le elezioni parlamentari.

Nel 2015, subito dopo la vincita di valori conservatori e tradizionalisti, sui social Mateusz Kijowski, giornalista polacco, esprime sui social la volontà di creare un comitato: il Kod, ovvero il Komitet obrony demokracji, cioè il comitato di difesa della democrazia. Non si tratta di un vero e proprio partito di opposizione, bensì è un movimento aperto che si propone di accogliere chiunque, persino alcuni parlamentari del PiS che si trovano in disaccordo con dei punti del partito stesso: è un fulcro di ispirazione per i gruppi di persone che si battono per la difesa dei diritti umani e civili messi in pericolo dalle ideologie dell’istituzione.

Tra le questioni più controverse, colpite e battute in Polonia e prese di mira dal partito Diritto e giustizia vi è proprio la questione legata alla legalizzazione dell’aborto. Già nel 1993 in Polonia, viene approvata una legge, considerata tra le più restrittive in tutto il territorio europeo, che regolamentava l’interruzione volontaria di gravidanza. L’emanazione di questa legge prevedeva che l’aborto venisse consentito fino alla venticinquesima settimana solo e unicamente in tre casi: in primo luogo, nel caso in cui si fosse verificata una malformazione grave del feto, poi, in caso di stupro e infine, in caso di pericolo di vita per la donna incinta.

Chiaramente, si tratta di una regolamentazione fittizia, quanto pericolosa e aberrante: la missione di proselitismo conservatore e paternalista sottesa alla limitazione del diritto di aborto non è altro che la creazione di un terreno prolifico di morte e di pericolo. Le persone con utero, in virtù del sacro e prezioso principio di autodeterminazione che rende gli individui umani e meritevoli di esserlo, hanno continuato ad abortire ricorrendo a soluzioni illegali, clandestine e chiaramente pericolose, oppure recandosi all’estero (decisamente una soluzione poco popolare, oltre che insensata).

Pochi mesi dopo la rielezione del PiS, nell’ottobre 2016, viene votata proprio da gruppi cattolici affiliati al PiS, dalla Conferenza episcopale polacca e dallo stesso partito Diritto e Giustizia una proposta di legge che prevede la modifica della legge del 1993, in senso ancora più restrittivo: si propone di limitare la possibilità di abortire solo e unicamente nel caso in cui ci si trovi in pericolo di vita. I primi giorni dell’ottobre 2016 sono costellati da una moltitudine di rivolte avvenute in diverse città polacche, che vedono gruppi di donne unite in difesa della libertà sul proprio corpo e sui processi decisionali che lo coinvolgono.

Le proteste prendono il nome di Czarny Protest, e vedono una partecipazione su larghissima scala: le donne scendono in piazza vestite di nero, sostenute da altre donne nel mondo. In prima linea, in Polonia, vi è il movimento femminista Strajk Kobiet (Sciopero delle donne), guidato da Marta Lempart: attivista, una delle maggiori esponenti del volto progressista polacco impegnata nella difesa dei diritti umani. La potenza enorme che emanano e che producono le manifestazioni di massa contro la proposta, e probabilmente anche il timore di perdere consensi dell’opinione pubblica, inducono i conservatori a fare qualche passo indietro: in commissione parlamentare la proposta viene respinta.

Dopo appena quattro anni, nel 2020, il Parlamento polacco avanza nuovamente la proposta di legge guidata da Diritto e Giustizia per troncare ancora di più la legge riguardante l’aborto, già di per sé restrittiva e limitata. Nonostante l’impossibilità di organizzare proteste di massa nelle piazze a causa del grave incedere del contagio della pandemia Covid19, i movimenti femministi organizzano file lunghissime fuori dai supermercati e dai negozi, riprendendo le “proteste in nero”, ovvero le Czarny Protest, già organizzate nel 2016. In questo momento, la protesta si fa ancora più capillare grazie all’utilizzo della rete: molte organizzazioni sparse per il mondo si battono, chiedendo all’unisono di rimandare in commissione questa proposta di legge.

Secondo un articolo pubblicato da Amnesty International, nei primi mesi dell’entrata in vigore di questa sentenza, l’associazione “Aborto senza frontiere” ha ricevuto 17.000 contatti da donne in difficoltà; e l’organizzazione Federa ha svolto 8100 servizi di consulenza, oltre che 5000 e-mail da parte di donne bisognose di aiuto.

Nell’estate del 2020, il ministro della Giustizia della Polonia, Ziobro, annuncia, inoltre, l’intenzione di voler far uscire la Polonia dalla Convenzione di Istanbul: ovvero, un testo internazionale che sancisce i punti e i confini per la prevenzione, il contrasto e l’annullamento della violenza domestica e della violenza contro le donne.

Si tratta di una mossa molto grave, e al contempo pericolosa, che marca una regressione reazionaria sconvolgente. Questa scelta viene motivata da Zoibro in riferimento al fatto che la Convenzione avrebbe, al propri interno degli elementi non condivisibili dal governo polacco (non che questo fosse una novità), e altresì, nocivi dal punto di vista ideologico. Il progetto di legge presentato nel 2021 considera l’aborto un vero e proprio corrispettivo dell’omicidio: le donne che decidono di abortire, e chi le assiste, rischiano il carcere fino a 25 anni di detenzione.

Ad ottobre del 2020, la Corte Costituzionale polacca ritorna sui suoi passi e torna a riaffermare che l’aborto adoperato a causa di gravi malformazioni del feto (per l’appunto, una delle pochissime condizioni che permetteva l’esercizio secondo la legge emanata nel 1993) costituisce una violazione costituzionale: l’obiettivo è quello di distruggere ancora di più questo spiraglio di libertà limitata (che libertà non è). Seguono lunghissimi giorni di proteste sanguinose ed enormi contro l’ennesima volontà di sancire delle restrizioni sull’unico diritto inalienabile: la libertà di scelta e di autodeterminazione femminile. A distanza di pochi mesi, nel gennaio del 2021 entra ufficialmente in vigore la dilaniata norma che vieta l’aborto anche qualora il feto dovesse essere gravemente malformato: appare, senza alcun preavviso, sulla Gazzetta Ufficiale giustificata dal fatto che fosse stata pubblicata in ritardo, successivamente alla norma sancita nell’ottobre 2020.

Si tratta di una sconfitta e di una tortura inaccettabili in materia di diritti umani e civili: più di 1000 donne si sono rivolte alla Corte europea dei diritti umani per denunciare la gravità dei danni che comporta questa specifica norma. Anche diverse organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, la Commissione internazionale dei giuristi, la Federazione internazionale dei diritti umani, la Human Rights Watch, il Centro per i diritti riproduttivi, la Rete europea della Federazione internazionale per la pianificazione familiare, la Women Enabled International, la Women’s Link Worldwide e l’Organizzazione contro la tortura si sono alleate alle cause avviate dinanzi la Corte europea dei diritti umani, fornendo i dati analitici e le prove su cui si basa la denuncia, e che sono una schiacciante dimostrazione di quanto sia importante rivoltare la situazione corrente.

Il 16 settembre 2021, viene diffuso dal Consiglio d’Europa un rapporto tramite il quale viene condannata la scelta della Polonia di vietare la libertà dell’aborto alle donne, in quanto quest’ultima non funge da contrasto effettivo per la protezione (e la prevenzione) della violenza. “La mancanza di protezione adeguata per le vittime della violenza, una cultura che tende a incolparle per la violenza subita, leggi antiquate e impunità costituiscono una miscela drammatica. Invece di affrontare questo urgente problema, ad esempio adottando una definizione del reato di stupro basata sul criterio del consenso, i legislatori polacchi stanno minacciando di rendere il paese ancora meno sicuro per le donne e le ragazze, come attraverso la proposta di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul in favore di una nuova legge sui ‘diritti della famiglia’ che limiterebbe l’uguaglianza di genere e i diritti delle persone Lgbti”. (Costa Riba), via Amnesty International

Nel frattempo, purtroppo, continuano ad essere molte le storie di donne che muoiono in condizioni sconvolgenti a causa della malasanità in cui riversa il sistema polacco (e sono molte altre le storie che non attraversano i confini, o le mura degli ospedali). Nel settembre 2021, una donna di 30 anni di nome Izabela, alla 22esima settimana di gravidanza muore nell’osspedale di Pszczyna, nel sud-ovest polacco, subito dopo che le si erano rotte le acque: i medici, nel suo caso, si sono tassativamente rifiutati, successivamente alla normativa emanata, di praticare l’aborto, non offrendole assistenza e lasciandola morire. A gennaio del 2022, è morta Agnieszka, nell’ospedale di Częstochowa, a circa cento kilometri da Cracovia: incinta di due gemelli, viene ricoverata già a dicembre 2021. Dopo pochi giorni dal suo ricovero, uno dei due feti muore: i medici si rifiutano di praticare l’aborto. Dopo qualche giorno, si arresta il battito cardiaco del secondo feto. Agnieszka, per qualche settimana, riversa in condizioni gravissime dovute a complicazioni non ancora chiarite: sembra che i dottori abbiano ipotizzato un deterioramento della malattia della mucca pazza. Agnieszka muore il 25 gennaio 2022. È l’ennesima storia di una donna che muore per colpa di una legge, e di un governo, sporchi di sangue: imperversano nuovamente le rivolte, le veglie che partono da Varsavia fino al paese di origine di Agnieszka.

I dati ufficiali odierni affermano che in Polonia ci sono meno di 2.000 aborti legali all’anno (ovvero, quelli adoperati solo in caso in cui la persona incinta sia in pericolo di vita); al contrario, ve ne sono circa 200.000 di natura illegale, oppure compiuti all’estero.

Ci troviamo dinanzi ad una violazione e ad una privazione dei diritti umani di natura mostruosa. Il campo di battaglia, ancora una volta – purtroppo, questo dato non costituisce una novità – , è il corpo femminile: nel mirino delle considerazioni bigotte da tempi immemori, continua ad essere proprio quel campo che viene costellato da ogni tipo di attacco, limitazione e tentativo di regolamentazione, proprio come se fosse un oggetto. È necessario continuare a leggere, informarsi, lottare per far sì che questi strumenti diventino baluardi di resistenza contro ideologie (e governi) che vedono i corpi con utero come fantocci, svuotati da ogni umanità e riempiti di considerazioni che li vogliono inermi.


Riferimenti:

Risultati della ricerca – Il Post

Ricerca – aborto polonia – Internazionale

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